L’iniziazione femminile nel Delta del Niger

Il Delta del fiume Niger, nella Nigeria del Sud, è una fitta rete di fiumi e zone paludose che si estende per 75.000 chilometri quadrati. L’acqua del Niger si fonde con quella dell’Oceano Atlantico, e la mistura dolce e salata fluisce e defluisce ogni sei ore, seguendo il ritmo lunare. La vegetazione predominante è la mangrovia. La forma intricata delle radici aeree di queste piante spettrali rispecchia, in una strana corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo, lo schema serpentino della grande rete fluviale. Le cittadine e villaggi si affacciano sui fiumi, si vive sull’acqua, tra la nebbia, tra le zanzare. Le maree determinano gli orari di lavoro, gli spostamenti, persino il momento in cui comincerà un determinato rituale. Con la bassa marea i corsi d’acqua si trasformano in pantani di fango nerastro, dove tutti camminano senza badare ai possibili contagi: le gastroenteriti, insieme alla malaria, sono le malattie più diffuse in questa zona. In mancanza di fognature, i bagni pubblici sono tutti sull’acqua, e questi fiumi, oltre ad essere vie di comunicazione, servono anche come vie di scarico. Se fino a pochi anni fa qui si viveva esclusivamente di pesca, con la scoperta del petrolio, nel 1956, l’equilibrio tra uomo e ambiente è stato sconvolto. I fiumi sono inquinati dalle fuoriuscite di petrolio, la pesca non rende più come una volta, e i profitti ricavati dall’estrazione non vengono investiti per le popolazioni del Rivers State, ma sono diretti al Nord o vanno a beneficio delle multinazionali.

Il mondo immaginario del popolo Ijo, che abita questa zona, è determinato dal rapporto con l’acqua e modellato su forme acquatiche. Gli spiriti delle acque sono ancora, nonostante la conversione quasi generale al Protestantesimo, i protagonisti indiscussi dell’immaginario religioso di questa gente. Le danze del Rivers State, accompagnate da tamburi ad acqua, sono ispirate al loro mondo mitico: il movimento si concentra sulle natiche, che ondeggiano a ricordare la coda di un pesce, o le pinne vibranti delle creature acquatiche. Pare che questi spiriti vivano nelle isole più lontane, nascosti tra le radici delle mangrovie. Molti aspetti importanti della vita quotidiana, tra cui l’espressione artistica e la fertilità, rientrano nel dominio dagli spiriti acquatici. Si dice anche che ogni ragazza nubile abbia un amante acquatico.

Sono venuta in Nigeria, in compagnia di una antropologa americana, Judith Gleason, per realizzare un filmato sull‘Iria, il rituale di passaggio delle ragazze dall’adolescenza all’età adulta. Lo scopo dell’Iria è mettere le giovani donne in contatto simbolico con gli spiriti delle acque, per poi separarle definitivamente da questo mondo onirico: in tal modo la loro futura fertilità sarà assicurata e saranno pronte per il matrimonio. Anticamente le ragazze venivano immerse nel mare in segno di purificazione. Oggi molte di loro vanno a scuola a Port Harcourt, sognano una vita moderna, e non si sentono più l’iniziazione come un dovere. Ma quelle che abitano nei villaggi, lontano dalla città, preferiscono rispettare la tradizione e si sottopongono all’Iria, detto anche “l’entrata nella stanza dell’ingrassamento”.

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Mezzogiorno. Sotto il sole cocente arriviamo al villaggio di Ogbogbo, sull’isola di Okrika (85.000 abitanti ammassati in una circonferenza di poco più di cinque chilometri), trascinandoci dietro cavalletti, telecamere, zaini, registratori. Un uomo in tono spiritoso ci chiede se siamo venute a fare un picnic. Ma l’ambiente non è certo l’ideale per una scampagnata: il villaggio di Ogbogbo è un insieme di baracche con tetto di lamiera.

Quest’anno a Ogbogbo solo cinque ragazze si sono candidate all’Iria (fino a pochi anni fa ogni villaggio poteva vantare fino a 40 ragazze ogni anno). Hanno dai 15 ai 17 anni. Si chiamano Joy, Justina, Rosanne, Hilda e Mercy. Il primo giorno del periodo rituale si presentano a tutto il paese: sono a seno nudo, e l’entrata di ciascuna è salutata da grandi applausi, commenti sarcastici, sorrisetti dei capi del villaggio riuniti a tavolino al centro della piazza. Poiché l’usanza vieta che una ragazza incinta partecipi all’Iria, le donne anziane si accertano che nessuna delle ragazze sia in attesa, facendo un sommario test di gravidanza. Se il seno è morbido, significa che la ragazza non è incinta. A turno ognuna, accompagnata dalla madre, si presenta ai capi del villaggio, si inchina, e paga una somma pari a circa 2 dollari. E’ la tassa di iscrizione che autorizza la partecipazione al rituale. Ora possono andare a casa, e rinchiudersi in isolamento per le prossime tre settimane.

Durante il periodo di segregazione le ragazze non possono uscire di giorno: non devono essere viste da occhi indiscreti, soprattutto dai ragazzi. Solo di notte, o alle prime luci dell’alba, possono andare alla spiaggia per lavarsi con l’acqua della marea. In casa non fanno nessun lavoro: devono solo mangiare molto perchè, allo scadere delle tre settimane, tutto il villaggio scenderà di nuovo in piazza per ammirare i loro corpi ormai pieni e floridi. Per ingrassare il più possibile le ragazze mangiano tre volte al giorno e bevono molta acqua. Il piatto principale dell’Iria è il tubero dell’igname pestato con banane cotte, oppure l’igname bollito con zuppa di peperoncino, riso, fagioli e pesce. Questo regime di alimentazione costa, e le famiglie delle ragazze investono molti dei loro risparmi, ma ne vale la pena: se non si partecipa all’Iria, si rischia di non avere figli. Una donna senza figli è ancora più povera delle altre.

Per impedire alle ragazze di andarsene in giro consumando preziose energie, oppure rischiando di avere rapporti con i ragazzi del villaggio, la tradizione ha previsto un metodo efficace: dei grossi gambali di ottone, del peso di due-tre chili ciascuno, che dalle caviglie arrivano fino alle cosce e che ostacolano i movimenti. Il fabbro del villaggio glieli applica, tra mugolii di dolore e sbadigli di noia per questa operazione che dura circa tre ore. Quando si cammina, questi gambali producono un acuto suono metallico, e segnalano ai genitori vigili le eventuali scappatelle delle figlie.

Una notte ci svegliamo alle due, e ci avviamo verso il villaggio. Il cielo è rosso. Si vedono dei bagliori, come dei fuochi d’artificio nell’aria spessa: è la raffineria. I tubi massicci in cui scorre il petrolio attraversano tutto il paese, sono parte integrante del paesaggio di lamiera. Nell’afa notturna andiamo a sentire le ragazze che alla luce delle lanterne cantano le canzoni tradizionali dell’Iria. Le loro voci acute risuonano nella notte, e il ritmo viene scandito dal suono metallico dei gambali. In poco tempo tutti i vicini di casa sono svegli, e si affacciano ad ascoltare i canti. Lo svolgimento del rito prevale su qualsiasi bisogno individuale: l’iniziazione delle ragazze è importante per tutta la collettività. Le canzoni parlano di spiriti delle acque, di mangrovie, di pesca, di vita quotidiana, di amori acquatici e terrestri. Parlano dei capi del villaggio che pretendono soldi, che si arricchiscono alle spalle della gente. Parlano anche di noi, le tre donne bianche venute a turbare con le loro videocamere l’intimità del momento più delicato nella vita di una giovane donna.

Finalmente le tre settimane sono passate, e le ragazze si preparano all’evento finale: la gara di corsa. Durante questa gara l’Osokolo, un uomo mascherato che rappresenta uno spirito ancestrale, le colpirà con due pesanti bastoni: è la separazione definitiva dal mondo degli spiriti acquatici, che riporta le ragazze sul piano terreno della vita quotidiana. Per loro è un momento determinante: se vogliono essere fertili, devono essere colpite. Ma se una di loro riuscirà a sfuggire ai colpi dell’Osokolo (cosa peraltro impossibile dato che tutti gli uomini del villaggio glielo impediranno, anche con la forza), acquisterà un prestigio particolare e passerà alla storia come un’eroina. Meglio la fertilità o la gloria? E’ un doppio legame, una situazione senza via d’uscita.

Alla gara di corsa, oltre a Joy, Justina, Rosanne e le altre, partecipano anche i giovani del villaggio. Tutti gli abitanti di Ogbogbo si radunano sulla spiaggia, ai lati della pista, per assistere alla gara. Anche io mi faccio largo tra la ressa per cercare di riprendere qualche immagine, ma dubito che riuscirò a vedere qualcosa in mezzo a tutta quella gente. Poi, come per magia, appare una scala: i capi del villaggio, spinti da un innato intuito cinematografico, l’hanno fatta portare proprio per me. Senza farmi troppe domande, salgo al di sopra della folla e cerco di individuare le ragazze laggiù in fondo, pronte a partire. L’atmosfera è tesa, c’è molta aspettativa. Ma ecco la corsa: il gruppo degli uomini urlanti precede le cinque ragazze, appesantite dai gambali di ottone. Dietro di loro l’Osokolo, lo spirito acquatico. Ha in mano i suoi due grossi bastoni. Tutto avviene molto rapidamente: riesco solo a distinguere Joy che cerca di farsi strada nella massa degli uomini, e i colpi violenti dell’Osokolo che la raggiungono sulle spalle, sul collo, sul volto. Vedo anche Rosanne, la più giovane, e più fragile, che cade a terra, mentre la folla in corsa si richiude su di lei.

I colpi di bastone inferti dallo spirito ancestrale scandiscono inesorabilmente il passaggio alla maturità femminile. D’ora in poi le ragazze, abbandonato il mondo sognante degli spiriti acquatici, potranno dedicarsi completamente al loro ruolo terreno di mogli e madri. Il futuro compagno non sarà più uno spirito vago, evanescente, incontrato nei sogni o nelle visioni notturne, ma un uomo in carne ed ossa. Anche la loro vita quotidiana sarà segnata da necessità più immediate, più terrene: sfamare i propri figli e proteggerli dalle malattie e dalle incertezze della vita.

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