L’acqua di Altinè

Distese erbose giallo oro, accecate dal sole, spazzate da un vento secco e caldo che solo per poche settimane all’anno si trasforma in vento di pioggia. Baobab, acacie e tamarindi, sparsi qua e là, scandiscono il paesaggio. La temperatura in aprile, il mese più caldo, può superare anche i 50 gradi. E’ il Ferlo, nel nord del Senegal, una vasta regione un tempo fertile ma oggi semi-desertica, il cui nome, secondo alcuni, deriva dalla parola Peul “fer”, cioè partire, emigrare. E infatti questa è sempre stata terra di migrazioni, di transumanze, di viaggi stagionali alla ricerca dell’acqua. I Peul, antico popolo di pastori di probabile origine sahariana, abitano tutta la fascia del Sahel, dal Sahara al Camerun, dal fiume Senegal al Nilo. In Senegal costituiscono circa il 15% della popolazione. Fino a pochi decenni fa vivevano una vita nomade, spostandosi con le loro mandrie là dove trovavano l’acqua. Oggi stanno percorrendo un altro difficile cammino: il passaggio dal nomadismo alla sedentarizzazione.

Il villaggio di Naidé si trova a 20 chilometri dal centro abitato di Namarel e a circa 3 ore di auto da Podor, la città più vicina. E’ tutta strada sterrata, le piste serpeggiano tra l’erba secca della savana. Qui vive Altinè. Nella lingua locale, il pulaar, Altinè significa lunedì, perché è il giorno in cui è nata. Quando l’ho incontrata, dieci anni fa, aveva 27 anni. Mi avevano colpito il suo portamento regale, i suoi silenzi, la sua curiosità distaccata. Oggi ha 37 anni, ma la sua vita non è molto cambiata da allora; vive sempre a Naidé, e ogni giorno compie le stesse azioni: si alza al sorgere del sole, tra le sei e le sette, recita le preghiere, accende il fuoco, prepara il tè per la famiglia, spazza il terreno davanti alla sua capanna, pesta il miglio, accudisce i bambini, si intrattiene con la suocera e le cognate. Nel suo gallè, il recinto familiare che comprende cinque capanne, vivono oltre a lei, al marito Haroune e ai due figli, il cognato con la moglie e i cinque figli, due cugine, un altro fratello non ancora sposato, e la suocera. In tutto 15 persone. Altinè è l’unica moglie di Haroune. Se suo marito ne avesse la possibilità lei acconsentirebbe volentieri alla presenza di una seconda moglie, che potrebbe aiutarla nei lavori di casa. Tra i Peul infatti la poligamia è consentita, anche se poco diffusa.

La zona del Ferlo, come tutto il Sahel, è stata colpita a partire dagli anni ‘70 da gravi ondate di siccità ricorrenti. Tra gli esperti dei cambiamenti climatici il dibattito sulle cause di questa calamità è ancora aperto: si tratta di un naturale processo di trasformazione degli ecosistemi, o dell’inquinamento atmosferico prodotto da Europa e Nord America? Fatto sta che le piogge negli ultimi decenni in alcune aree sono calate anche del 60%, provocando carestie e morte, decimazione delle mandrie, impoverimento dei suoli, desertificazione e soprattutto sete, per gli uomini e per gli animali. Fino agli anni ‘70 le piogge erano state abbondanti, e molte terre nel nord del Senegal, tradizionalmente destinate alla pastorizia nomade, erano state requisite e convertite alla monocoltura delle arachidi per l’esportazione, come richiesto dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. I pastori nomadi, man mano, si sono visti costretti a pascolare le loro mandrie in aree sempre più ristrette. Così oggi Altinè e la sua famiglia, come molti altri Peul, sono spinti alla sedentarizzazione nelle “riserve silvo-pastorali”, aree delimitate destinate esclusivamente all’allevamento.

Più che uno strumento produttivo, le mandrie di bovini rappresentano una ragione di vita culturale per i Peul, la cui abilità nella pastorizia è rinomata in tutto il Sahel. Le vacche della razza zebù, con la gobba e le corna a forma di luna, non vengono mai macellate: costituiscono infatti la principale ricchezza di ogni famiglia, che ne possiede almeno 30 o 40. Il pastore le sa riconoscere una per una, a colpo d’occhio. La dieta quotidiana consiste principalmente in latte, diverse varietà di miglio, e riso, che viene acquistato dagli uomini al mercato settimanale in cambio del latte, anche se la produzione delle vacche è abbastanza scarsa, circa due o tre litri al giorno. La carne, di capra o pecora, viene consumata solo in occasioni speciali. La famiglia di Altinè, oltre alle mucche e alle capre, possiede anche tre asini, due cavalli, e un carretto.

Namarel si trova a 20 chilometri da Naidé, ed è un centro un po’ più sviluppato: oltre alle capanne ci sono anche alcuni edifici in cemento, e qualche automobile. Qui nel 1989 è nata l’Associazione Adena (Association pour le developpement de Namarel et villages environnants), che riceve sostegno economico da alcune ONG europee, tra cui Oxfam. L’associazione opera in condizioni abbastanza difficili, dato che nella zona non è ancora arrivata l’elettricità, e neanche il telefono. L’obiettivo di Adena è promuovere lo sviluppo economico, sociale e culturale della zona silvo-pastorale, attraverso la protezione dell’ambiente, la gestione dei pascoli, la lotta contro gli incendi e la desertificazione, la promozione dell’allevamento e dell’agricoltura, la tutela della salute umana e degli animali, la manutenzione dei pozzi, la prevenzione dei conflitti e il miglioramento della condizione della donna. Come dice Moussa Sow, coordinatore di Adena: “La gente di qui viveva di allevamento intensivo, caratterizzato da movimenti migratori, alla ricerca di pascoli o di punti d’acqua sempre nuovi. I pastori venivano in questa zona solo durante la stagione delle piogge da giugno a ottobre, quando si formano le grandi pozze. Quando le riserve d’acqua si esaurivano, tornavano a nord per avvicinarsi al fiume Senegal, dove rimanevano da novembre fino a metà giugno. Oggi questi spostamenti sono molto difficili, perché creano frustrazione nelle popolazioni residenti, si creano dei conflitti. In Senegal si sta attuando una politica di regionalizzazione, che spinge la gente a sedentarizzarsi: è quello che sta avvenendo qui. Con la nostra associazione cerchiamo di sostenere la popolazione nei settori dell’alfabetizzazione, della salute e della costruzione di pozzi, per questo bisogna spingere la gente a sedentarizzarsi, sennò è uno spreco di energia. La sedentarizzazione aiuta le donne, che nello stile di vita nomade, transumante, perdono molto tempo alla ricerca dell’acqua o della paglia per la mandria. Con la sedentarizzazione la donna può invece dedicarsi all’educazione dei figli. Non possiamo continuamente abitare un giorno qua e un giorno là, perché tutti questi spostamenti creano anche un danno all’ambiente. Quando l’ambiente si degrada, non ci sono più pascoli per il bestiame. La sedentarizzazione forse ci farà perdere qualcosa, ma abbiamo molto da guadagnarci.”

Poiché gli obiettivi dell’associazione non possono essere realizzati senza un capillare lavoro di sensibilizzazione e di informazione, è nata l’emittente “Radio Gaynako – la radio del pastore”, che trasmette in diverse lingue: pulaar, wolof, francese e nel dialetto arabo della confinante Mauritania, l’hassanya. Radio Gaynako si definisce come “un utile strumento di comunicazione sociale che permette ai nomadi che vivono in villaggi sparpagliati di informarsi e formarsi”. Agli inizi l’emitttente era alimentata da un gruppo elettrogeno, e poteva trasmettere solo per 4 ore al giorno, perché i costi del carburante non permettevano di più. Recentemente ha ricevuto in dotazione un pannello solare, e le ore di trasmissione sono aumentate. Si sta attivando anche una connessione Internet.

Nelle ore più calde della giornata, quando ci si rilassa tutti insieme nella capanna centrale del gallé, Altinè e la sua famiglia ascoltano spesso Radio Gaynako. Oltre ai viaggi al pozzo, che riportano le notizie al villaggio, questo è l’unico strumento di informazione disponibile. In una zona dove gli spostamenti sono difficili e lenti, la radio è molto importante anche per le notizie di carattere privato: ad esempio se un bambino si trova in ospedale, si occuperà di trasmettere messaggi tra lui e la sua famiglia.

Durante la stagione delle piogge, quando il paesaggio nel giro di pochi giorni diventa verdissimo, Altinè e le donne della famiglia si dedicano alla coltivazione del miglio, del mais e di qualche ortaggio. In quei brevi periodi il bestiame beve dalle grandi pozzanghere, e la vita è un po’ più tranquilla, perché l’acqua è vicina. Ma durante i 9 mesi della stagione secca, bisogna andarla a prendere con un lungo viaggio quotidiano al pozzo.

I metodi e gli strumenti per la raccolta dell’acqua variano da paese a paese, da zona a zona. Nel Ferlo si usano le camere d’aria, ricavate dalle ruote dei camion, che possono contenere circa 200 litri d’acqua, ma ce ne sono anche di più grandi, che arrivano fino a mille litri; i secchi sono fatti con la stessa gomma nera, e hanno una capienza di 15 litri. Il carretto del marito di Altinè è trainato da tre asini, piccoli asini del Sahel, con il mantello grigio rosato e una bella striscia nera sul dorso. Il viaggio di andata e ritorno al pozzo, che dista 5 chilometri da Naidè, dura almeno tre ore.

Nel 1954 fu costruito nella zona il primo forage, un pozzo profondo che permette di raggiungere la grande falda fossile a circa 300 metri di profondità, di riportare l’acqua in superficie e di distribuirla ad un sistema di pozzi collegati. Oggi nel Ferlo ce ne sono una quarantina. Da quando sono iniziate le trivellazioni il rapporto dei Peul con la risorsa acqua si è capovolto: non sono più loro a muoversi sul territorio con le mandrie per andarla a cercare, ma è l’acqua che arriva fino a loro dalle profondità della terra, attraverso i macchinari finanziati dalla Comunità Europea.

Il pozzo è sempre molto affollato, è il luogo di incontro, di ritrovo, dove passano e si incrociano tutte le notizie, dove si annuncia una nascita, un matrimonio o un funerale imminente, dove ragazze e ragazzi si corteggiano, dove ci si ferma a chiacchierare con un parente che vive in un altro villaggio. Alcune donne lavano i panni, con poca acqua. Dal fondo del pozzo, dove ritmicamente affondano decine di secchi attaccati con lunghe corde alle carrucole in alto, risale un’eco che ripete i suoni di tante voci, le risate, e gli scrosci dell’acqua che arriva in superficie. Tutto intorno vacche, asini e cavalli aspettano che i pastori vengano a versare l’acqua negli abbeveratoi. Negli ultimi tempi, con la crescente pressione demografica nella zona e la diminuzione delle piogge, la competizione per l’acqua si è fatta sempre più intensa e si sono create nuove situazioni di conflitto tra gli stessi allevatori, tra i già residenti e quelli che ancora praticano il nomadismo, che si vedono costretti ad abbeverare il bestiame dopo tutti gli altri, a tarda notte. E’ anche successo più volte che un forage sia caduto in panne per alcuni giorni, e questo ha provocato la morte di centinaia di capi di bestiame.

Con l’aiuto di un nipote, secchio dopo secchio, Altinè riesce a riempire la camera d’aria, alimentata da un ingegnoso sistema di travaso e di tubi. Alla fine riporta al villaggio circa 200 litri d’acqua, il fabbisogno giornaliero di tutta la sua famiglia. Per Altinè questa è l’acqua della quotidianità: un viaggio di tre ore sul carretto nella calura pomeridiana. Non stupisce che dopo tanta fatica l’acqua venga poi amministrata con grande attenzione. Quando arriva a casa il carico è suddiviso accuratamente tra i vari membri del nucleo familiare: una parte viene accantonata per lavarsi e per bere, un’altra parte è destinata agli usi domestici, dal lavaggio del riso al risciacquo delle stoviglie. Alla fine del ciclo la stessa acqua, arricchita di sostanze nutritive, viene data da bere ai cavalli.

Quando non è il suo turno per andare al pozzo, Altinè raccoglie la legna nella brousse, ma ogni giorno deve andare un po’ più lontano perché negli ultimi decenni la vegetazione si è notevolmente impoverita e la legna scarseggia. Al tramonto le vacche, che hanno pascolato liberamente per tutto il giorno, tornano spontaneamente al villaggio dove hanno lasciato i loro vitellini. E’ il momento della mungitura. Così, la giornata di Altinè volge al termine. La notte arriva presto.

La storia di Altinè mi accompagna da 10 anni. Attraverso un documentario che racconta la vita quotidiana al villaggio di Naidè, la sua immagine è stata vista in molte scuole e nei circuiti cinematografici, in Italia e all’estero. Mi incuriosisce pensare che in qualche modo abbia viaggiato attraverso i confini, suscitando emozioni e interesse in tante persone. Nel frattempo lei, che non conosce il nostro mondo, non ha neanche mai visto una foto dell’Italia o dell’Occidente, è rimasta a Naidé, continuando a badare alla sua famiglia, ai figli, a raccogliere la legna, ad andare ogni giorno al pozzo con il carretto trainato dagli asinelli. Il tempo scorre diversamente nei nostri due mondi, ma i suoi gesti, registrati e rivisti centinaia di volte, mi colpiscono sempre come se volessero insegnarmi qualcosa.

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